sabato 28 maggio 2011
Teresa ci vendicherà!
“Teresa” è un romanzo al femminile. Non ordinario, antiretorico e non convenzionale. Colpisce che sia il romanzo di un uomo. Claudio Fava scrive in prima persona, ma a parlare è davvero Teresa, è lei la protagonista di questa storia.
Siciliana, nubile e orfana di padre. Nessuno di questi aspetti è trattato con neutralità. Ogni componente di questo personaggio è realmente femminile.
Lo sguardo sulla Sicilia è infelice e infastidito: può coglierlo con tanta profondità solo chi vive su di sé una condizione di doppia subalternità, meridionale e donna. Lo cogli nella teatralità del Sud, quella caratteristica che tanto piace ai turisti, che per Teresa è solo autocompiacimento del sé. Te ne accorgi guardando le città “una dentro l’altra” considerate all’esterno come luoghi unici e che appaiono ai suoi occhi come atti di presunzione o sentendo l’odore del mare che Teresa cerca e desidera al suo ritorno in Sicilia e che presto si trasforma in “una sensazione opprimente di aria bagnata”.
Teresa non è un’emigrante malinconica. Certo, ha nostalgia della sua infanzia e dei ricordi di bambina, ma disprezza la rassegnazione messa a sistema che trasuda dai gesti e dai volti della sua terra. “La città ingoiava tutto – scrive Fava – Si svegliava, contava gli ammazzati, raccoglieva le loro carni e subito trovava la voglia di pensare ad altro, alle granite al pistacchio di Bronte, a certe femminone di via Etnea, ai camerieri col cravattino storto che ti riempivano i cannoli di ricotta fresca come se dipingessero la Cappella Sistina”. C’è un’umanità di cui la protagonista sente di non fare parte, soprattutto di cui non vuole fare parte.
Ha 32 anni e non è sposata, Teresa. Quest’età è il fardello per una madre che la vorrebbe “sistemata” e per la sua migliore amica Gisella che invece la vorrebbe più zoccola.
La madre ha molti di quegli aspetti “meridionali” che (per come conosciamo Teresa scorrendo le pagine del libro) dovremmo considerare respingenti e fastidiosi e che invece alla fine (anche dal suo sguardo) non possono che rivelarsi inevitabili e commoventi: il continuo criticare l’aspetto fisico della figlia, la dimostrazione dell’affetto attraverso il cibo e il senso di colpa da trasmettere davanti a un’inappetenza, la preoccupazione per gli agenti atmosferici e il rimando a improbabili montoni da indossare, il disappunto davanti a qualsiasi scelta di vita che non preveda il costruire una famiglia, la mentalità del favore e del ringraziare anche quando non c’è nessun motivo per farlo. Sono rimaste sole Teresa e sua madre, senza un uomo, quindi hanno bisogno di protezione, di qualcuno che si prenda cura di loro.
E poi c’è Gisella, l’amica del cuore di Teresa, tutta il suo contrario, caratterialmente e fisicamente. L’amica di vecchia data, quella sfacciata, quella che la prende in giro, quella che le organizza gli appuntamenti, quella che è partita prima di lei e quella che la chiama per andare a Roma, quella tragicamente ordinata, quella apparentemente superficiale ed invece tanto sensibile, quella che le vuole bene e quella che si preoccupa.
Teresa sta in mezzo a queste due donne e, come tante di noi che vivono il tempo presente, è tirata da una parte e dell’altra, a barcamenarsi tra fantasie indotte e ricerca dei propri desideri. Un corpo non appariscente che lei rende ancora più castigato, capace però di un grande calore sessuale, un ragazzo devoto che l’aspetta da sempre e un altro che si fa strada senza chiederle il permesso, una maternità mai sognata ma che improvvisamente spera. Teresa ha tutte le carte in regola per poter apparire fragile e indifesa e invece Teresa è una donna che decide.
Decide di andare via da una città che appare come Catania (e che non viene mai citata) per andare a Roma. Decide di abbandonare la sua condizione di professoressa precaria di latino e greco per lavorare in un’associazione che si occupa di dare ascolto a malati terminali. Decide di ritornare al paesello per affrontare i suoi fantasmi. Teresa decide di uccidere.
Il rapporto con la morte è l’altra grande questione che Claudio Fava affronta attraverso Teresa. La morte subita con l’assassinio del padre, la morte ascoltata dai malati terminali, la morte cercata per vendicare tutto il suo mondo. Il papà pasticcere viene ucciso con un solo colpo di pistola, una morte così veloce che non dà il tempo a Teresa di capire, di mettersi in contatto con quello che le hanno fatto. La capacità narrativa ed evocativa di Claudio Fava qui raggiunge il livello più alto, più profondo e paradossalmente più amaramente comico. “Dalle mie parti si usa così, tutti conoscono i morti, li hanno frequentati, ne hanno raccolto le confidenze e l’amicizia. Una volta avevo fatto il conto di quelli che mi avevano detto di avere incontrato mio padre il giorno prima che morisse: una quarantina. Al ristorante, al cinema, in banca, al bar, davanti all’edicola. Un vigile urbano mi raccontò che gli aveva fatto pure una multa per sosta vietata. Me l’aveva confessato come una cosa rara, preziosa, il segno di un’affinità. Un modo per dire che stiamo tutti sulla stessa barca, tutti figli dello stesso destino”. E invece no, non era così. Per Teresa non stavano tutti sulla stessa barca. Altri avevano deciso il suo destino, quello di suo padre e di chissà quanti altri. Qualcuno aveva ordinato ed eseguito l’omicidio di suo padre, con un solo colpo di pistola avevano distrutto la sua famiglia. Una morte così rapida da non permettere a chi gli voleva bene di potersene rendere conto. Lavorare in quell’associazione ed ascoltare per 20 euro l’ora l’agonia di sconosciuti lo considerava un risarcimento, quello che le era stato negato di provare con suo padre. E chi gliel’aveva negato? Chi aveva premuto il grilletto?
Nessuno aveva pagato per quell’omicidio, eppure Teresa ancora una volta decide. Decide chi è l’assassino di suo padre e decide di ucciderlo. Lo conosciamo tutti quell’uomo, ogni paese ne ha uno. Ogni giunta comunale, provinciale, regionale del Sud può vantare la sua presenza. Lo incontri per strada, dentro i bar, al saggio di danza delle bambine, alla sagra paesana, all’inaugurazione di un parco, in prima fila in processione dietro il quadro della Madonna, sui giornali, nelle televisioni, alla partita di calcio, fuori dalla chiesa, al ristorante. Teresa ci vuole liberare da lui. Ci riuscirà? Intanto io bevo un Negroni.
Celeste Costantino
giovedì 19 maggio 2011
PRESIDIO PER CASA LIBERATUTTE
GIOVEDì 19 ORE 14.30
PRESIDIO SOTTO L'ASSESORATO PER LA CASA
via della moletta
dietro il mercato di garbatella
Dopo cinque giorni di occupazione stiamo ancora resistendo e vivendo nella ex scuola elementare “Giulio Verne” (in via dei Tordi 38) !!
Lo stabile che abbiamo liberato sabato 14 maggio è infatti una scuola che, fino a due anni fa, era frequentata dai bambini e bambine del quartiere. Poi il Comune di Roma ha deciso che non c'erano più bambini e che la scuola poteva essere chiusa. I bambini però ci sono ancora,se è vero che, lo scorso dicembre, il comune ha espresso la volontà di concedere lo stabile ai privati per trasformarlo nell'ennesima scuola privata.
Noi rifiutiamo la logica della privatizzazione degli spazi pubblici, la loro messa a profitto a favore di speculatori e interessi privati.
Per questo l'abbiamo occupata, per sviluppare al suo interno il nostro progetto socio-abitativo.
Da sempre le donne sono determinanti e determinate all'interno della lotta per abitare.
Scegliamo!
Ci prendiamo una casa per tutte, uno spazio che risponda al nostro bisogno di casa con la nostra specificità: vivere il nostro quotidiano tra donne. Casaliberatutte è la soluzione che abbiamo scelto, per reagire alla crisi che ci vorrebbe lavoratrici ed allo stesso tempo madri a casa . Questa casa è l'autodeterminazione che mettiamo in pratica per far fronte alla mancanza di questo stato e dei servizi sociali che ci dimostrano la loro inefficenza e incapacità nel rispondere ai bisogni delle donne.
Le case-famiglia sono strutture non accoglienti costrittive e solo un tampone temporaneo.Come le case rifugio per chi lotta per uscire dalla spirale della violenza.
Vogliamo costruire spazi autogestiti in cui sostenere e reinventare le nostre esistenze.
Una casa dove autodeterminare e reinventare la nostra vita giorno dopo giorno, libere da ricatti economici, politici, culturali, familiari.
Donne contro la Tarzia
Sta andando in discussione alla Regione Lazio la proposta di legge dell'onorevole Tarzia sui Consultori familiari. Con questa proposta si vuole cancellare l'istituzione dei consultori, come strutture sanitarie laiche e accoglienti, nei confronti di qualunque pensiero e qualunque scelta. Secondo questa proposta, infatti, i servizi consultoriali verranno affidati alle associazioni di famiglie che hanno come scopo la difesa della vita fin dal suo concepimento e il servizio pubblico, è testuale, andrà in subordine rispetto a queste associazioni private.
Entreranno nei consultori l'esperto in bioetica, l'esperto in antropologia della famiglia, l'esperto in metodi naturali di contraccezione, tutti senza un titolo riconosciuto. Le donne avranno "il dovere di collaborare" (testuale) e dovranno mettere per iscritto quando rifiutano di dare in adozione il bambino invece di abortire.
Il personale tradizionale dei consultori (in attesa della sua estinzione) rimarrà ben dietro le linee e potrà intervenire solo dopo che le associazioni avranno finito il loro lavoro di convincimento. Le associazioni faranno tutto ciò gratis et amore dei? Certo che no, verranno ricompensate con apposite detrazioni fiscali e finanziamenti.
Poco importa se i soldi per le donne sono così pochi che verranno aiutate sole le madri che hanno meno di 500 euro al mese (soglia di povertà).
Per la Tarzia l'importante è intercettare immediatamente le donne, che vengono a cercare un'assistenza rispettosa nei consultori, per infliggergli una predica alla quale non si potranno sottrarre.
Alla Casa Internazionale delle Donne si è formato un coordinamento che raccoglie associazioni femministe, sindacati e cittadine e cittadini per difendere questa conquista di civiltà delle donne
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